Schermo nero. Una batteria suona, le stecche battono sulla pelle tesa delle casse, in un crescendo frenetico. Solo dopo l’inquadratura rivela, in lontananza, quella che sembra essere una batteria, tra i sipari di cemento di mura scure e uniformi. Sembra un’aula, notiamo, mentre la camera s’avvicina e il ritmo a cui viene suonato lo strumento aumenta.  Un ragazzo, chino, è illuminato irrealmente dall’alto da luci al neon che ricreano l’effetto visivo di un palco, quando un uomo s’introduce bruscamente nella scena. Si guardano, il ragazzo sembra sussultare. Fammi un doppio swing – esige l’uomo, tagliato a metà dalla luce e inquadrato leggermente dal basso, per incuterci ancora più timore (la camera sembra essere posta in modo tale da regalarci una finta soggettiva e farci, fin da subitissimo, immedesimare con il ragazzo) di quanto già non potesse

Il film si è già costruito, potente, nella sequenza iniziale, dove vengono subito introdotte le due personalità calamitanti intorno alla quali ruota l’intera vicenda (con un J.K Simmons che merita assolutamente quella caz*o di statuetta), intorno ai quali s’aggrovigliano le nostre emozioni, attraverso ai quali la tensione per il successo e il fallimento si tendono fino a lasciarci esausti. Whiplash è un film che non solo si fonda su una storia solida, ma che mostra un gran virtuosismo alla regia. Il montaggio connotativo dà un valore forte e significativo ai piccoli oggetti, alle cose, ai dettagli. Mani, tasti, bacchette, maniglie, pop corn. Diventano tutti i simbolici oggetti che introducono la scena che verrà, le serrature delle nuove stanze interiori dei prossimi piani sequenza, gli snodi narrativi della sceneggiatura. Forse sono anche qualcosa di più: come i singoli musicisti, sono i tasselli che compongono l’armonia di una banda. Come quella in cui vuole avere il ruolo di ‘core’ a tutti i costi Edward. Core è una parola molto bella della lingua inglese, che non so come sia stata tradotta nella versione italiana. Core vuol dire cuore, centrale, principale, e dà l’esatta e precisissima idea di come vuole sentirsi Edward: speciale.

Tra il protagonista e l’ambito ruolo sembra frapporsi solo se stesso: per i tre quarti della pellicola, siamo lì, rapiti, a sperare che Edward suoni meglio, che si eserciti di più, che sia più forte, che non si lasci scoraggiare, che lotti. Vogliamo di più, ne vogliamo di più. Diventiamo famelici, tesi, nervosi, come il direttore che ricalca un Sergente Hartman ancora più cattivo di quello pensato da Kubrick – perché si muove su emozioni personali – e ci ritroviamo a fissare lo schermo attendendo il capolavoro di Edward. I successi (che derivano dal conoscere a memoria il pezzo, in lingua originale intensamente “by heart”) bruciano ancora di più nelle cadute vertiginose da cui sembra difficile alzarsi, la famiglia che non sa incoraggiarlo, una relazione troncata perché la sente come ostacolo verso la grandezza, pratica furiosa e frustrazione. È la violenza che divora gli artisti, questa, che li consuma. Soprattutto quelli che inseguono tecnica e disciplina e hanno davanti a loro un maestro. Questa persona saprà guidarci? Saprà prendere il meglio di noi? In lui ci affidiamo e i suoi insulti ci suonano veri, la nostra rabbia ci esplode nel petto e ci consumiamo nella pratica e nell’ostinazione. Questo sentimento ci si frantuma nel petto quando ci accorgiamo di quello che Mr. Fletcher sta veramente facendo a Edward: lo sta spingendo oltre, lo sta spezzando. «There are no two words in the English language more harmful than good job. » Come ha spezzato il suo miglior sassofonista cinque anni prima che, seppur raggiunto il successo, si è poi suicidato a seguito di un lungo periodo di depressione. Lo spettatore rimane annichilito in quel nuovo sentimento cui non sa dare un nome e che la colonna sonora martellante che va dalla techno al jazz amplifica, con bassi e batterie che accelerano il ritmo del nostro respiro.

Così arriviamo a capitolare con Edward: è così potente che negli ultimi dieci minuti di girato non c’è dialogo, non c’è parola, c’è  solo musica. La musica è l’emozione, la musica è la rivincita, la musica è passione, la musica è la rabbia che scoppia nel suo petto, e suona come una batteria, furibonda, al centro del palco.

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