Fred Ballinger si è ritirato dalle scene da molti anni. È un direttore d’orchestra, uso il presente perché non c’è passato per quando si ama. Si continua sempre ad amare e la musica Fred la ama, con un’intensità che si dirama nei gesti quotidiani, che ridisegna la sua realtà: la musica s’infiltra nella carta rossa di una Rossana – la caramella delle nonne – metronomo dei suoni della realtà, e nel vento che sospinge i campanacci delle mucche al pascolo. La musica tace alla sua mano che cala e si ferma, ma suona nella sua testa e nei suoi ricordi. Rintanato in un lussuoso albergo tra le montagne svizzere – dove un tempo andava con sua moglie – rifiuta di eseguire le sue Canzoni semplici per la regina Elisabetta. Suona così esile il loro titolo Canzoni semplici, ci appaiono in una forma minuta e insignificante e il no del compositore ci risuona di disprezzo, amplificato dalla solidarietà dell’attore californiano Tree che al concetto di semplicità aggiunge quello di leggerezza: Veniamo mistificati tutta la vita perché abbiamo ceduto una volta alla leggerezza. Semplice e leggero non sono sinonimi, noi spettatori compiamo l’errato collegamento guidati dalla regia abile a una conclusione posta lì per noi, per noi lector in fabula. Sorrentino ci spinge a fraintendere Fred, deformato orribilmente dal rancore e dall’incomprensione della figlia, tradita dal marito e tradita catarticamente dal padre: tutte le sue amanti ci sono sputate addosso mentre lui si cementifica nel fango di una spa che sembra letteralmente marmorizzarlo. L’amore pietoso del figlio che abbandona il padre in un lussuoso “ospizio”, si trasforma nel focoso livore di un figlio costretto a vivere lì col padre, unico porto cui approdare. Sono, infatti, lo sguardo e le parole di Lena che ci mostrano la decadenza: il nuovo sputtana il vecchio. Così, l’inquadratura si amplia e, nella grazia di movimenti di carni decadenti, apriamo lo sguardo a vecchie celebrità che affollano questo albergo anonimo e bianco. Un Maradona sovrappeso si muove con il respiratore attraverso il prato, con piedi troppo gonfi e martoriati per giocare ancora. Così, in un’epifania potente, nel silenzio del sipario ormai calato, palleggia con forza e maestria una pallina da tennis: lo spettacolo è tra lo sbalorditivo e il circense, nella grottesca messinscena di un’ombra che insegue il passato, non di fama ma di corpo.
Pieno di simbolismi apocalittici Youth di Sorrentino riversa amarezze nella figura del migliore amico di Fred: Mick Boyle, regista ottantenne alla presa con il suo ultimo film, il suo testamento che, emblematicamente, si chiama l’Ultimo giorno della vita. Boyle forse cela un altro nome, Boyle forse si chiama Woody e di cognome fa Allen. Dopo centinaia di film diretti, dopo aver scritto la storia del Cinema, Boyle s’intrappola nel produrre un film all’anno: film mediocri, un’accozzaglia di dialoghi banali. Un regista di donne. E proprio una sua donna è l’altro estremo di questa vecchiaia indecorosa: Brenda Morel è chiaramente Sophia Loren, un’attrice che non ha fatto scuole, che ha saputo rubare ogni cosa, un’attrice che non ha letto che due libri in vita sua e uno di questi è la sua biografia.Sorrentino costruisce un film complesso e sofferto non sulla giovinezza come da titolo, ma sulla trasformazione. Sul passaggio, il cambiamento delle forme e l’accettazione di questa trasformazione. Lo fa con un’estetica bellissimamente violenta grazie all’ingombrante direttore alla fotografia Bigazzi e in un simbolismo kubriackiano ammantato di tutta l’arte pittorica italiana in corpi imperfetti eppure in stato di grazia. Il film si muove sul binario delle paure e delle aspettative: in una parole la regia si costruisce sull’incubo. Se per Fellini a irrompere nella narrazione del vero è l’elemento del sogno, per Sorrentino è quella dell’incubo, anche per il secondo però composto di corpi femminili perfetti e mastodontici ma che invece di essere fellinianamente liberatori sono castratori.
Gli incubi di Sorrentino sono pieni di citazioni sull’altare della carne: nell’incubo di Lena sulla nuova donna di suo marito abbiamo i colori ipersaturi di Terry Richardson e la sua estetica pornografica e liscissima, in una Miley Cyrus che invece di leccare un martello lecca un cambio e, ancora, in un altare tra le fiamme è subito chiara l’iconografia di LaChapelle l’estetica della rottura, dello scandalo, ma anche il ritrattista santissimo e osceno delle star hollywodiane. Sempre felliniano sembra essere il rapporto all’infanzia: i bambini sono gli unici capaci di scorgere la verità, di guardare dritto negli occhi dell’attore Tree e dargli atto del suo ruolo più autentico e non del commerciale robottone cui tutti lo associano. Un ruolo, non casualmente, di un padre. Il padre, elemento centrale di Youth è l’estremo della giovinezza, appunto e dunque il filo conduttore della parabola.

Il finale ribalta le nostre prospettive e le nostre opinioni. Lapida la mia certezza di giovane arrogante e mi consegna nudo allo sguardo di mio padre morto. Fred non vuole eseguire le Canzoni semplici perché cantate solo da sua moglie, ora ridotta al mutismo da una malattia mentale. Non vuole vedere un corpo giovane e prosperoso impadronirsi del posto di quel fragile essere grinzoso e con lo sguardo vuoto che lui ha amato con folle ardore. È questo l’epilogo doloroso: accettare di essere passati, accettare un tempo concluso. Così come il regista Boyle vede davanti a sé – finalmente sogno e non più incubo – tutte le sue donne del cinema (che sono le Donne del Cinema di tutti in tempi in citazioni da perdere l’occhio con Colazione da Tiffany, Qualcuno piace caldo, Quinto Elemento, C’era una volta l’America, Black Swan, Relazioni pericolose, Lolita, la Ciociara, Sabrina, la Dolce vita) dove la morte del personaggio di finzione diviene la sua, in un suicidio di chi forse non accetta la fine. Diversamente è per Fred che, in una processione attraverso i canali di Venezia, approda poi alla lapide del suo dolore, su un palco, osservando in uno sguardo indimenticabile alla  cantante lirica – la grandissima Sumi Jo nel ruolo di se stessa – superba nella sua giovinezza. Quando lei canta le parole d’amore di lui per la donna che ora rimpiazza, ho finalmente pianto. Ho pianto della morte, della perdita e del commiato con la mia innocenza.

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